mercoledì, 02 aprile 2008

Quando e dove aveva smarrito sé stesso?. Dov’era? Di chi era quella mente pensante? Di chi era quell’anima che soffriva come la sua non ha mai saputo e dovuto soffrire? Chi era lui? La sua metamorfosi era in atto sin dal primo giorno che la incontrò. Arlette aveva il dolore cucito addosso, ce l’aveva in ogni cromosoma, in ogni atomo. Arlette era il dolore contagioso che attanaglia fino a disperdere il prossimo, ad annullarlo, a renderlo inoffensivo, senza alcuna forza di opporsi. Fu come un colpo ai testicoli. Lei lo annientò, lo rese debole delle sue incertezze. L’omino grigio investito dal rosso della passione e dal nero delle forze oscure aveva troppa paura, e per questo tentò di opporsi durante la notte:scappava dagli incubi, dalla mostruosa Arlette. Onde di magma gigantesche sembravano sopraffarlo, ma erano sempre ad un millimetro dal farlo. Il magma non lo inghiottiva. Quando si presentavano delle buche profondissime sul suo cammino riusciva sempre ad evitarle. Non cadde mai nell’abisso. Aveva imparato a reagire! La sua vita era un bene prezioso, più dell’amore. Lui non sarebbe morto per amore. La storia è piena di tragedie, di anime innamorate, anime che si purificano nell’amore e nella morte. Lui non sarebbe morto. Preferiva una vita mediocre ad una morte straordinaria. Quella è roba da esteti vanagloriosi, lui era un uomo giusto, di buon senso, attaccato alla vita come ogni comune mortale. Ed è questo il punto: Arlette non era un comune mortale. Arlette era tutti i sentimenti. Era l’amore, la crisi, la paura, il coraggio, l’eros, la solitudine, la malattia, l’ebbrezza della felicità, la morte, la vita. La sua condanna. A volte pensa che Arlette non sia mai esistita, che sia stata solo il frutto della sua fervida fantasia. Eppure non ha mai avuto molta fantasia, aveva forse allontanato ogni contatto con le forze oscure e maligne del suo subconscio, aveva forse bisogno di personificare il dolore in un essere meraviglioso, un essere poco umano. Chissà se Arlette è mai esistita, pensava. Certo è che l’ha vissuta, l’ha vissuta fino alla fine come il senso più profondo della sua vita.
Ora esplica le funzioni vitali al meglio. Il suo cuore batte regolarmente, senza improvvise accelerazioni. Senza Arlette il suo spirito è atrofizzato. Ma che importa, può ancora svegliarsi al mattino, come si svegliava dopo quegl’incubi che svanivano al sorgere del sole. Lei no.
♠ Nyota Kimitake ♠
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09:59 | |
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Apro gli occhi a scatti e Andrea è
un susseguirsi di primissimi piani:
denti, bocca, palpebre, capelli,
ossa, gemiti.
morti, resurrezioni.
Un martello pneumatico
mi batte nelle viscere
e copre il rumore della paura
che non si è dimenticata di me
ma ora è cambiata.
Ora è lieve, unica.
Una cosa mia, solo mia.
«Fai piano», cerca di baciarmi
ma io sto tutto tra le sue gambe.
Non le cederò le mie labbra.
Questo momento è solo mio,
tu non c’entri niente, Andrea.
♠ Ivänenke Von Leverkùhn ♠
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10:43 | |
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Vidi una donna bellissima...con gli occhi bendati
ritta sui gradini di un tempio marmoreo.
Una gran folla le passava dinanzi, alzando al suo volto il volto implorante.
Nella mano sinistra impugnava una spada.
Brandiva questa spada,
colpendo ora un bimbo, ora un operaio,
ora una donna, ora un folle...
Nella mano destra aveva una bilancia;
nella bilancia venivano getTate monete d'oro
da coloro che schivavano i colpi di spada.
Un uomo in toga nera lesse un manoscritto:
"non guarda in faccia a nessuno".
Poi un giovane col berretto rosso
balzò al suo fianco e le strappò la benda.
Ed ecco...le ciglia eran tutte corrose
sulle palpebre marce;
le pupille bruciate da un muco latteo;
la follia di un'anima morente
le era scritto sul volto,
Ma La FoLLiA ViDe PeRcHè PoRtAvA La BeNdA...
♠ Aporia ♠
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18:05 | |
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Gli occhi sono lo specchio dell’anima.
Esistono specchi inclinati.
Ho visto occhi azzurro cielo:
limpidi, grandi, giganti…
erano duna madre che ha ucciso i propri figli.
Ho visto occhi verdi, come la speranza:
luminosi, vitali, addirittura amabili…
erano di un ragazzo che ha sparato in faccia alla sua ex…
Quegli stessi occhi, un giorno, l’avevano vista come una dea,
adesso l’avevano assassinata.
Ma ho incontrato anche occhi color nocciola:
rotondi, intriganti e intimamente ottimisti…
anche altri neri: intensi, ammalianti, briosi:
peccato fossero quelli di una bestia di satana
che ha ucciso tre “amici”…
Poi un giorno ho intravisto i miei occhi allo specchio:
azzurri, luminosi, ora spenti, ora allegri…
ho coperto lo specchio.
♠ Nazzia Pontianak ♠
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16:10 | |
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Mero sogno
assiomaticamente realistico.
Tu, padre spurio
anelando mia madre
Amaro è il risveglio
Gli artefatti dell'orrore
mi lasciano
esangue.
Reo
è il mio inconscio.
♠ Nyota ♠
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13:18 | |
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L'aroma remoto di quell'aria infante,
i nostri occhi innocenti,
polle di pioggia inargentate ...
... E ...
... i nostri palpiti sono
cristallizzati
Lì...
In quel passato ancora presente,
(nei miei sogni)...
Lì...
in quell'estate piena di ore,
Lì...
nella calura di quelle notti a perdifiato,
Lì...
in quel luogo lontano dalle mie mani,
così vicino al mio cuore,
ai miei occhi,
alle mie lacrime...
...alle mie notti insonni...
...Sogni...
(dedicata ad un amore che è stato, che è e che sempre sarà)
♠ Herse ♠
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16:12 | |
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É l’una di notte
Il sonno avanza con passo felpato
Aspetta dietro lo schienale del mio letto
Mi fissa e attira il mio interesse
Gli mostro le palpebre
Gli occhi quasi spenti
Richiamo il buio.
Tutto scorre via a scatti.
Salgo sul dorso del sonno
e precipito dal mondo.
♠ Gion McHesse ♠
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17:32 | |
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L’aveva incontrata una mattina, davanti alla fossa dei maiali maschi. Guardava il fango e la sporcizia con il viso appoggiato sulla barricata di legno. Osservava con appassionato ritegno il non visibile.
Suleika passava di lì per recarsi al lavoro. Il suo lavoro era dare lezione di equitazione alle piccole ricche tedesche. La ragazza teneva testardamente lo sguardo rivolto verso i maiali. Non si voltava a guardare Suleika che ogni giorno passava lanciandole occhiate. Era vestita di nero, con una camicia grigia. Come un uomo. I capelli corti, lisci, neri. Di spalle poteva apparire proprio un uomo. Suleika mangiava un panino durante la pausa di mezzogiorno. Prendeva anche un caffé alla buvette. Dietro alla buvette c’erano le latrine. Da lì si udiva lo scalpitare dei cavalli. Suleika non aveva una simpatia particolare per gli animali. Le piacevano le reti metalliche, i recinti di legno. Preferiva lasciar cavalcare le bambine bionde. Bambine tutte uguali con gli occhi straripanti d’oro. Pagavano bene le sue lezioni. Da piccola, Suleika, era stata costretta a seguire corsi di equitazione anche lei. E pianoforte, scherma e cucito. Ma ora si serviva solo dei cavalli. Del resto Suleika aveva cavalcato pochi cavalli, e anche pochi uomini. A diciannove anni si lasciò fare da un suo compagno di scuola. Le sfuggì un grazie dopo la notte e non si fece più vedere. Si lasciò fare dal signor Igor, che aveva la più grande macelleria del Cantone, per un paio di notti. Aveva adempiuto ai suoi obblighi. Erano passati in due sul suo corpo, come certamente il padre era passato su quello della madre. Apprezzava di dormire sola, di chiudere le palpebre da sola.
Un giorno la ragazza, che sembrava un ragazzo, le rivolse la parola. Si chiamava Key e veniva da un paesino delle alpi. Sì, le piacevano i maiali. Ne era soggiogata. Cercava un lavoro. Non deve essere difficile fare le pulizie a casa di qualcuno, e lei che ne pensava, domandò Suleika. Accanto alla sua casa abitavano due neri. Ma non davano fastidio. Cosa ne pensava?
Suleika la invitò a casa sua. Una cenetta a due a lume di candela, con buon vivo. Aveva preparato tutto per lei. L’argenteria, i piatti, il servizio di posate dei genitori morti. Quella sera la ragazza sembrava ancora più un uomo. Si era messa un gilet, nero, la camicia era a righe. Le scarpe lucide con un piccolo tacchetto. Le aveva portato un affettuoso mazzolino di fiori che teneva in mano, come una preghiera, legato con un nastrino.
«Sono felice di essere qui» disse con un filo di voce.
Si rividero ancora. Key si vestiva a festa, con il suo unico vestito per la sera. Fu un piacere per Suleika comperarle un vestito. Negli occhi aveva un’espressione di gioia smarrita, mentre apriva il pacco e si infilava il vestito.
«Voltati per favore».
Una sera Suleika, le mostrò la camera da letto. Key da quella sera non tornò più alla pensione dove albergava. E non vi tornò più, per due anni. Dormivano nel letto matrimoniale dei genitori di Suleika. Lei al posto della madre e Key a quello del padre. Suleika quando tornava dal lavoro, trovava sempre Key nuda davanti allo specchio. La finestra aperta.
«Sei matta? Si gela, qui» diceva Suleika ogni giorno.
Key scrutava la sua immagine nello specchio. Comprava delle ghiande per i maiali. Passava le giornate a guardarli. I maiali erano tutti maschi. Si accoppiavano con le scrofe una volta all’anno. Key osservava anche quel rito. Nel grande letto, Key era affettuosa. Si profumava troppo. Tagliava sempre i capelli corti, non li lasciò mai crescere. Suleika la presentava a tutti come sua sorella. Sapevano che non era così. Lo sapeva sia il macellaio, che il giardiniere e il fruttivendolo, ma continuavano a domandarle «Come sta sua sorella?».
Una mattina Suleika ricevette dei fiori. Rose rosse. Solo un uomo poteva regalare rose rosse. Ritrovò Key seduta in cucina. A cavalcioni della sedia, con le braccia sullo schienale.
«Di chi sono?» domandò.
Suleika sapeva chi li aveva mandati ma rispose di non sapere. Anche lei non sapeva. Usciva sempre più spesso e Key l’accompagnava alla porta. Appoggiava la testa al muro mentre Suleika si infilava il cappotto nuovo.
«Tornerò presto»
La mattina seguente, Key si ritrovava in un letto vuoto. Scendeva in vestaglia a guardare i maiali maschi. Loro sì, che avevano una vita facile. Se avesse potuto essere come loro. Ma era una scrofa, come quelle che si facevano ingroppare in primavera. Non aveva il pene.
Una mattina decise di aspettare in piedi Suleika. La vide uscire da una macchina rossa. Baciare un uomo dalla cravatta rossa
«Stai con quell’uomo, vero?» le disse.
«No» rispose Suleika senza guardarla in viso.
«Dimmi la verità» gridò Key afferrandola per le spalle.
Perché non capiva, pensava Suleika. Lei non era un uomo. Suleika aveva bisogno di un uomo. I genitori avevano bisogno di un erede. A primavera doveva accoppiarsi e generare figli. L’uomo non aveva la pelle liscia di Key, né la sua bravura nell’accarezzarla… ma aveva il pene. Glielo disse. Doveva capire.
«Io non ho il pene…» mormorò Key.
I suoi occhi erano cerchiati di nero livido. Le sue labbra apparvero a Suleika più rosse, più turgide. Non avrebbe voluto ferirla.
«Prendi le tue cose» le disse Suleika.
Ora Key aveva più cose di quando aveva conosciuto Suleika al recinto dei maiali. La sua roba era talmente tanta che riempì sette buste di plastica. Quelle del fruttivendolo che la vide andare via salendo sull’autobus per Monaco.
I fiori avvolgevano l’altare. Lo sposo attendeva la sua sposa. I visi verso di lui erano annoiati e un poco assenti. Una donna intonò l’Ave Maria di Strauss. Bella voce soave. Cauti bagliori per la chiesa. Gli astanti drizzarono le palpebre quiete. Il pastore passò ad unire i due sposi. Key era salita dove c’era l’organo, da una piccola scala. Osservava da lassù la funzione. Suleika non sapeva della sua presenza e non l’avrebbe mai saputo. Key invidiava quell’uomo. Lui aveva il pene. È ridicolo, pensò Key sorridendo, come un accessorio possa compromettere una vita. Un cromosoma sbagliato ed ecco la disfatta. Forse nella sua prossima vita sarebbe nata maschio. Portato boxer e cravatte, scarpe lucide da sera e un sigaro. O forse sarebbe rinata sotto forma di insetto, rettile, iguana, maiale. Key avrebbe voluto essere tutto tranne che donna. Erano così ridicole quelle creature sottomesse dalle gonne larghe. Dai pensieri che sfioravano solo abiti, vanità e schiavitù. Che sarebbero state disposte a tutto per dormire accanto ad un uomo. No, lei non sarebbe mai stata sottomessa.
Suleika guardò verso l’alto, verso l’organo, attraverso il velo vergine. Key sfuggì al suo sguardo, scese le scale, mise un sigaro tra i denti, le mani in tasca, e se ne andò.
♠ Ivänenke Von Leverkùhn ♠
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11:36 | |
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Andava via accarezzato dal vento
che lo avvolgeva in spirali lentissime
riuscivo ad avvertire la sua essenza nonostante fosse lontano...
LUI, che taciturno intraprendeva quell'aberrante destino...
LUI, afflitto da quell'iniquità contesa
era LUI, che decise di conceedrsi al silenzio, poichè,
probabilmente non ebbe mai la virtù di poterlo fare...
e...
scivolava via,
tra quei giorni vissuti con eccessiva impazienza
con eccessiva bramosia di LEI...
ero lì che lo scrutavo
mi sentivo come sprofondata in un buio terso
non riuscivo più a fare alcun movimento, ero intrappolata
annientata .
Nulla di più disumano che fissare quel punto
e volerci entrare...
...mi sentivo denudata della mia veridicità
il suo volto era impresso
giocava a dissimularsi ...
la sua forma losca, lugubre, sinistra
disponeva con cura le sue radici...
foga, smania, veemenza
eri tutto questo
indugiata in tentazione
depredavo la mia logicità
...mi abbandonavo...
era impalpabile
l'ergersi dell'abbandono
come acqua che scivolava tra le mani
si aprirono le danze
imminenti sensazioni
colmammo la nostra fame...
ci vestimmo di diabolico
assaporammo l'apice del piacere
e ci cingemmo di morte...
mai
mai più ho provato ciò che quell'essere seppe elargirmi
♠ Aporia ♠
Ohnekunst alle ore
16:18 | |
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Drappi di stoffa
Accarezzano il vento
Nella bufera
Panoramica
Del mondo ovattato
Di un bambino
Voce notturna
Di un perduto oblio
dimenticami
*L'Haiku è un componimento poetico di origine giapponese, una brevissima poesia formata solo da tre versi. Una poesia di concentrazione. Ha caratteristiche molto precise.
Nell'Haiku classico i versi sono formati da un numero preciso di sillabe.
Il primo verso contiene cinque sillabe, il secondo sette sillabe, il terzo verso di nuovo cinque sillabe. Un totale dunque di diciassette sillabe.
♠ Nyota ♠
Ohnekunst alle ore
18:03 | |
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